ARTICOLO - La salvaguardia delle opere d’arte in Italia nella Prima guerra mondiale: le operazioni precedenti l’ingresso in guerra

Articolo - Roma

Le conseguenze nefaste dello sviluppo tecnologico degli armamenti, che caratterizza la Prima guerra mondiale, si manifestano sin dalle prime settimane del conflitto. Durante l’attuazione del piano Schlieffen, nell’agosto 1914, che prevede il passaggio dell’esercito tedesco nel Belgio neutrale con l’obiettivo di invadere la Francia da nord, si verificano alcuni episodi drammatici che rimangono fortemente impressi nell’immaginario collettivo europeo.

 

Di fronte all’accanita resistenza belga i tedeschi sprigionano la loro forza distruttrice: la prima città a essere devastata è Lovanio; segue poche settimane dopo, alla fine del mese, il bombardamento con artiglieria pesante e aerei di Reims con seri danni arrecati alla Cattedrale gotica e quello di Anversa, che capitola il 10 ottobre all’esercito tedesco.

 

Questi primi eventi che si verificano sul fronte occidentale mostrano a tutti come i mezzi moderni della guerra consentano ai vari eserciti di poter avere un impatto distruttivo non soltanto sugli obiettivi militari, ma anche sulle zone urbane, sulla popolazione e sul patrimonio artistico e culturale. A questo proposito occorre sottolineare che sul piano internazionale la prima codificazione con riferimento al tema della salvaguardia del patrimonio artistico nel caso di un conflitto armato si trova nella Convenzione dell’Aja del 1899, alla quale segue una successiva Convenzione del 1907.

 

I resoconti e le fotografie, che testimoniano la distruzione delle città, dei monumenti e delle opere d’arte francesi e belghe, trovano ampio spazio sui periodici di tutto il mondo suscitando sgomento e orrore nell’opinione pubblica e generando la propaganda antitedesca che li mostra come barbari e incivili.

La rappresentazione del nemico, raffigurato come belva spietata e assetata di sangue capace di compiere qualsiasi nefandezza, continuerà durante tutto il conflitto.

 

Per quel che riguarda l’Italia, invece, nel 1914 il Paese è organizzato con organismi decentrati, le Soprintendenze territoriali, che si occupano della tutela del patrimonio nazionale e che sono gestite e coordinate nelle varie attività dalla Direzione Generale delle Antichità e delle Belle Arti.

In vista di un possibile ingresso dell’Italia nel conflitto, a partire dal marzo 1915, si inizia a pianificare un’azione coordinata per mettere in sicurezza le opere d’arte situate nelle regioni del nord più vicine ai confini nazionali.

Corrado Ricci, in quel momento Direttore Generale delle Antichità e delle Belle Arti, prende contatti con Soprintendenti e Direttori dei Musei del Veneto ai quali palesa la necessità di iniziare a smobilitare quadri e sculture e di organizzare la difesa sul posto dei monumenti cittadini. Con l’intento di agevolare le operazioni di messa in sicurezza degli oggetti d’arte, sono nominati anche alcuni Commissari speciali come per esempio Andrea Moschetti a Padova, che hanno il compito di aiutare nelle azioni operative svolgendo un ruolo di coordinamento tra le zone periferiche e quelle centrali nei diversi territori.


L’interlocutore privilegiato di Ricci e delle altre autorità locali del Veneto diventa a quel punto Gino Fogolari, Direttore e Soprintendente delle Regie Gallerie di Venezia, il quale si attiva subito per attuare il programma di messa in sicurezza seguendo le direttive che arrivano da Roma.
In un dispaccio del 15 marzo 1915 del Ministero della pubblica istruzione: Direzione Generale delle Antichità e delle Belle Arti viene proposto di iniziare a mettere in salvo principalmente le opere d’arte più celebri per agevolare i lavori delle varie Soprintendenze per poi procedere con il salvataggio delle altre seguendo una graduatoria per ordine di importanza.


Si incominciano a imballare subito circa duecento opere presenti nelle Gallerie di Venezia: per prendere parte all’impresa giungono nella città lagunare squadre di operai, noti restauratori d’arte e funzionari statali inviati sul luogo dal Ministero. Tra questi sono presenti Guglielmo Pacchioni, della Soprintendenza di Mantova e Lionello Venturi, docente di Storia dell’Arte presso l’Università di Torino.

Il 6 aprile Pacchioni invia un telegramma espresso a Fogolari con il quale lo informa della partenza dei carri da Firenze verso Venezia per trasferire le prime opere d’arte in Toscana e del suo arrivo nella città veneta per assistere alle operazioni.


Ha da quel momento inizio uno scambio di missive tra Gino Fogolari e Giovanni Poggi, il direttore delle Regie Gallerie di Firenze; la documentazione presente nell’archivio digitale di 14-18.it fornisce l’elenco completo delle opere d’arte trasferite dalle Gallerie di Venezia a quelle di Firenze nelle otto spedizioni realizzate tra il 6 aprile e il 23 maggio del 1915.


Pur trattandosi di spostamenti organizzati in breve tempo emerge chiaramente dalle parole scritte dai due interlocutori come siano state prese tutte le precauzioni necessarie per non arrecare danni durante le operazioni di imballaggio e trasporto.
Insieme ai capolavori conservati nelle Gallerie di Stato c’è necessità di traslocare anche quelli di custoditi nelle Chiese e di proprietà di Enti ecclesiastici e morali. All’inizio il compito per Fogolari non è semplice, poiché si verificano alcune resistenze da parte degli uomini di chiesa e degli esponenti di nobili famiglie veneziane i quali si mostrano spesso contrari a sottostare alle direttive governative.


Il direttore delle Gallerie veneziane invia allora il 15 aprile un telegramma alla Direzione Generale chiedendo istruzioni e disposizioni sui passi da seguire. La risposta giunge a Venezia il 25 aprile e l’ordine del governo è quello di interrompere gli spostamenti delle opere d’arte lasciando sul posto, con interventi di messa in sicurezza, quelle non ancora rimosse. Questa decisione viene presa molto probabilmente anche per non allarmare eccessivamente la popolazione civile e per “non irritare gli animi prima della dichiarazione di guerra”.


L’attività di Fogolari, nonostante ciò, non si arresta e oltre alle opere di Venezia cerca di mettere in sicurezza anche i quadri più importanti di altri musei civici del Veneto: in una Relazione dettagliata dell’11 maggio, inviata dalla Soprintendenza delle Regie Gallerie di Venezia al Ministero, vengono elencate tutte le opere imballate e spedite a Firenze, suddividendole per le diverse province di provenienza.


Vale la pena segnalare anche la presa in custodia da parte di Fogolari, nel mese di maggio, di dodici quadri della raccolta privata del Principe Alberto Giovanelli di Venezia.

Sono questi i primi interventi di tutela al patrimonio artistico nazionale che anticipano l’ingresso dell’Italia nel conflitto. 

 

 

Fine parte prima segue "La salvaguardia delle opere d’arte in Italia nella Prima guerra mondiale: protezione dei monumenti durante il conflitto".

 

 

Articoli consultati sul web:


La tutela del patrimonio artistico durante la prima guerra mondiale in Salvaguardia del patrimonio artistico. Distruzione e conservazione a cura di Marco Pizzo ed Emanuele Martinez. Consultato il 13 ottobre 2020
URL: https://movio.beniculturali.it/mcrr/immaginidellagrandeguerra/it/257/percorsi-tematici/show/83/86

 

Nezzo, Marta, La tutela delle opere d'arte durante la Grande Guerra in Padova e il suo territorio: rivista di storia arte e cultura, Anno XXX, 177 (ottobre 215): pagine 25-28.
URL: http://www.padovaeilsuoterritorio.it/?p=264